Il "Mal di Precariato", quando il lavoro atipico diventa malattia
Articolo a cura della Dott.ssa Francesca Saccà pubblicato all'interno della Rivista Bimestrale Raifly - Maggio-Giugno 2008 (in distribuzione presso la R.A.I Radio Televisione Italiana
Secondo i rilevamenti dell’Isfol, Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, In Italia i lavoratori aticipi sono circa 3,5 milioni. Tra questi ci sono lavoratori interinali, collaboratori, part-time, turnisti, stagionali, tutti uniti sotto un unico comun denominatore, quello dell’instabilità.
Gli psicologi definiscono le condizioni di lavoro flessibile ad “elevato potere stressogeno”: questo perché cambiare continuamente lavoro vuol dire cambiare anche contesti, nuclei sociali di riferimento e soprattutto, rivedere di continuo le aspettative sul proprio futuro.
Se a questa condizione di precarietà aggiungiamo anche uno scarso riconoscimento dei meriti e la conseguente perdita di motivazione al lavoro, non ci possiamo stupire del fatto che la salute psicologica e fisica dei lavoratori atipici ne risenta.
A lanciare l’allarme sul “mal di precariato” è stata l’ultima indagine realizzata dall’Osha (l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro) secondo cui la nuova generazione di lavoratori, affetta dalla “sindrome del contratto atipico”, sarebbe la più esposta a rischi per la sicurezza e la salute: tra i disturbi più diffusi quelli gastrointestinali, emicranie, sindrome da stanchezza cronica, problemi cutanei, attacchi di panico, forme depressive, decremento dell’autostima.
Supportano queste riflessioni anche i dati dell’ultimo rapporto Eurispes del 2005 svolto su un campione di 446 lavoratori atipici, da cui è emerso che ansia, stress e depressione colpiscono la maggioranza degli intervistati tra i 33 e i 39 anni; tra le ragioni del malessere gli intervistati hanno indicato gli intervalli tra un lavoro e l’altro, l’incertezza sulla prosecuzione del rapporto di lavoro, l’irregolarità dei pagamenti, insomma tutte quelle condizioni che impediscono di fare progetti a lungo termine.
Guido Sarchielli, docente di Psicologia del lavoro, evidenzia come oggi lo “stress da lavoro” non assomigli più a quello tradizionale: se nel passato lo stress era legato a fatica da sovraccarico di lavoro o a rapporti difficili con il capo, ora l’accento è più che altro puntato sulla difficoltà di creare legami professionali stabili e di progettare una vita futura; la sensazione di instabilità e l’impossibilità di fare progetti a lungo temine fanno si che l’iniziale emozione di ansia si trasformi a lungo andare in rassegnazione e depressione fino ad arrivare ad un vissuto di incapacità ed inadeguatezza, che può minare seriamente l’autostima del lavoratore.
Che fare allora? Innanzitutto è opportuno che il lavoratore precario impari a non sottovalutarsi e a compiere un esame obiettivo delle proprie capacità, senza attribuirsi tutte le colpe degli insuccessi professionali; troppo spesso infatti scattano dei meccanismi per cui una persona inizia a pensare che sia colpa sua se non le rinnovano il contratto (o lo fanno solo per pochi mesi), pensieri che inevitabilmente vanno ad aumentare il senso di inadeguatezza personale.
Il momento più critico è certamente quello del passaggio da un lavoro all’altro: in questa fase è bene essere attivi, magari preparandosi per tempo, il che vuol dire iniziare a cercare un nuovo impiego già prima che scada il contratto.
Spesso poi accade che il senso di ansia e oppressione tipici del lavoro precario inducano l’individuo ad isolarsi. Ma, come evidenzia lo psicologo del lavoro Francesco Avallone, l’isolamento è assolutamente negativo poiché priva l’individuo del sostegno emotivo delle persone che ha accanto, sostegno che invece è utile per superare i momenti di crisi; inoltre, l’ampliamento della propria rete sociale aiuta concretamente a trovare nuove opportunità e sbocchi professionali.
E’ inoltre opportuno imparare a ritagliarsi degli spazi personali (come ad esempio praticare uno sport o dedicarsi ad un hobby) che rappresentino per l’individuo una valvola di sfogo.
E quando si ha la sensazione di non farcela da soli? In questi casi è bene non vergognarsi di chiedere un aiuto specialistico a uno psicologo, che se da un lato aiuterà il lavoratore a comprendere e dunque cambiare i pensieri, le emozioni e i comportamenti che sono causa del suo malessere, dall’altro gli consentirà di avvalersi di strumenti pratici ed efficaci da utilizzare nella vita di tutti i giorni ogni volta che le inevitabili difficoltà si presenteranno, per affrontarle nel migliore dei modi.
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