La violenza psicologica: come riconoscerla

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A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Esistono molti tipi di violenze. I media ci parlano spesso della violenza fisica e troppo poco di quella psicologica.

Oggi pertanto questo post vuole fare chiarezza su quello che definiamo ‘abuso psicologico’.

L’abuso psicologico comprende quello mentale ed emotivo ed avviene quando l’identità di una persona, le predilezioni, la vita ed i comportamenti vengono mentalmente ed emotivamente controllati da un’altra persona.

L’autostima e la fiducia in se stessi vengono minate al punto che la vittima è confusa su “ciò che è reale” e perde il senso dell’ “essere emotivamente al sicuro”. Il partner violento può essere in grado di comportarsi in modo del tutto inadeguato e la vittima dell’abuso psicologico tenderà ad aggrapparsi disperatamente alla relazione per ricevere qualche tipo di sostegno, conforto, amore o conferma dall’abusatore. Bisogna prestare molta attenzione ai violentatori psicologici poiché iniziano la relazione con fascino e carisma. Questi individui hanno una  personalità magnetica e possono dare un’immagine alla quale la vittima non può resistere.

La maggior parte delle donne rischiano di innamorarsi perdutamente di un narcisista carismatico. Sfortunatamente molte donne idealizzano i loro uomini e, se si aggiunge il fatto che ne sono talmente travolte da credere che lui sia “l’unico”, è facile comprendere la perdita della propria autostima (a fronte di abuso). Questo condurrà la donna a riprendersi “l’ uomo meraviglioso” che ha conosciuto e guadagnarsi il suo amore senza tener conto di come lui la tratta. L’abuso psicologico è una dinamica spietata e una tattica ben precisa usata dai narcisisti. Questa forma di abuso è comune in molte relazioni. Le donne riferiscono che le ferite provocate dall’abuso psicologico hanno bisogno di molto più tempo per guarire rispetto agli effetti di abuso fisico.

Molte donne che non hanno accesso alle cure base riportano danni a livello psicologico ed emotivo. Può essere molto difficile definire l’abuso psicologico e può insidiosamente penetrare nella tua vita se non sai a cosa fare attenzione.

I seguenti comportamenti costituiscono abuso psicologico:

mentire

manipolare

far perdere il controllo

incalzare con domande pressanti

perseguitare

umiliare

intimorire

minacciare

isolare

incolpare

Fondamentale dunque fare attenzione circa questa forma di violenza insidiosa che può annientare emotivamente una persona. Riconoscerne i segnali, informare e fare un’adeguata ‘prevenzione’ potrà aiutare molte persone a liberarsi da una violenza psicologica prima che questa possa avere gravi conseguenze.

Riferimenti bibliografici:

http://www.melanietoniaevans.com/articles/are-you-being-abused.htm

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La manipolazione emotiva: come riconoscerla e come uscirne

trauma da narcisismo

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

Con il termine gaslighting si indica un insieme di comportamenti subdoli agiti dal manipolatore (gaslighter) nei confronti di una persona al fine di farle perdere la fiducia in se stessa, farla sentire sbagliata, renderla dipendente, fino a farla dubitare  della sua sanità mentale. Il contesto può essere quello di coppia, familiare, amicale e lavorativo. 

L’origine del termine è da ricercarsi in una produzione cinematografica del 1944, il vecchio film Gaslight  (in italiano Angoscia), in cui Ingrid Bergman sposa un uomo più anziano di lei che vuole farla impazzire per impadronirsi della sua eredità. Allora, oltre a farle scomparire degli oggetti dalla casa incolpandola, arriva ad abbassare il gas, negando che ci sia un calo di luce, in modo da farla sentire pazza. Lei diventa sempre più confusa e isterica. Nello stesso tempo è riluttante a incolpare il marito perché vuole essere amata.

Il film illustra bene il sottile meccanismo della manipolazione emotiva. E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza: è insidiosa, sottile, non se ne percepisce l’inizio, a volte è scusata dalla stessa vittima; non si tratta di un’ira, che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta, anche legale.

E’ una violenza gratuita e persistente, presente quotidianamente, che ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio. Si tratta di un vero e proprio lavaggio del cervello, che pone la vittima nella condizione di pensiero di “meritarsi quella punizione”.

Il gaslighting si compone di tre fasi:

a) INCREDULITA’: La prima fase sarà caratterizzata da una distorsione della comunicazione. Il perseguitato non riuscirà più a capire il persecutore. I “dialoghi” saranno caratterizzati da silenzi ostili, alternati da picchi destabilizzanti. La vittima si troverà così disorientata, confusa nella nebbia.

b) DIFESA: La seconda fase sarà caratterizzata da un tentativo di difesa. La vittima cercherà di convincere il suo persecutore che quello che dice non corrisponde alla verità; proverà ad instaurare un dialogo, ostinato, con la speranza che ciò serva a far cambiare il comportamento del gaslighter. Il perseguitato si sentirà come investito da un compito: le sue capacità d’ascolto e di dialogo riusciranno a far cambiare il persecutore.

c) DEPRESSIONE: La terza fase è la discesa nella depressione. La vittima vedrà piano piano spegnersi il suo soffio vitale, si convincerà che ciò che il persecutore dice nei suoi confronti corrisponde a verità.

Lo scopo del comportamento di gaslighting è quello di ridurre la vittima a un totale livello di dipendenza fisica e psicologica. Il gaslighter, colui che mette in atto tale manipolazione mentale, fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello.

La vittima che subisce la manipolazione, avendo necessità di approvazione da parte del partner, può reagire in due  modi: abbandonando la propria percezione della realtà oppure cercando di portare il gaslighter verso il proprio punto di vista (fatica inutile in quanto il gaslighter non sarà mai in grado di accogliere il punto di vista dell’altro a causa dei meccanismi patologici della sua personalità). In entrambi i casi lo scopo è quello di ottenere comunque, l’approvazione del manipolatore.

Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto. Più spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far “aprire gli occhi” alla vittima arriva da chi le sta intorno, altri familiari, amici o colleghi.

Ma uscirne da soli è veramente difficile, soprattutto se la manipolazione è stata prolungata nel tempo e la vittima ha attraversato tutti e tre gli stadi del gaslighting.

Se la persona da sola non riesce a uscire da questa dolorosa condizione o è confusa circa quello che le sta accadendo deve chiedere aiuto a esperti del settore. L’aiuto e l’ascolto psicologico sono fondamentali nel processo di rinascita e ricostruzione della propria identità.

 

Riferimenti bibliografici

Gaslighting, articolo all’interno della rivista PS Sicurezza e Polizia, Co.I.S.P., Numero 4, Aprile 2010, pag. 40-43.

http://www.coisp.it/rivistaps/2010/SP_4_Apr_2010.pdf

 

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Come imparare a volersi più bene: istruzioni per l’uso

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Romaimages

In molti mi chiedono  Ma davvero posso imparare a volermi più bene? La risposta è si ma non illudetevi, non è un’operazione semplice. Bisogna crederci e praticare. Un articolo di certo non può contenere la ricetta magica dell’amore verso se stessi. Quello che però posso offrirvi in questo post è una serie di suggerimenti da mettere in pratica quotidianamente.

Quello che dovete fare è iniziare a dire ‘basta’ a una serie di pensieri , credenze, abitudini e comportamenti sbagliati che vi hanno accompagnato fino ad oggi. Andiamoli a scoprire….

1. Basta di… scappare via dai problemi!

Inutile fuggire, non esiste una vita senza problemi e, in fondo, i problemi servono per imparare da essi. Risolverli significa cambiare, trasformarsi, crescere. Ricorda sempre che tu sei l’unico protagonista del cambiamento che desideri. Nessuno possiede la pozione magica, tantomeno lo psicologo. Devi faticare veramente tanto se vuoi ottenere il tuo cambiamento. Il lamento o la delega sono assolutamente inutili. Sei tu che devi smettere di piangere, uscire dall’angolo e sudare. Non esiste il ‘non ce la faccio’, è più onesto ammettere il ‘non voglio’.

2. Basta di… voler essere perfetto!

La perfezione non è umana. L’essere umano è, per natura, fallibile. Fai anche tu la tua dichiarazione di imperfezione: “Mi dichiaro imperfetto e felice, uno di quelli  che amano migliorarsi senza disfarsi, che scelgono di gareggiare senza per forza primeggiare, che accettano di sbagliare senza per questo condannare. Imperfetto e felice, libero di sbagliare, cadere e imparare. Imperfetto che accetta il proprio difetto, che non utilizza maschere, che si perdona l’errore. Mi piaccio così, imperfetto e vero”.

3. Basta di… voler essere chi non sei!

 Una delle sfide più grandi nella vita è quella di essere noi stessi, in un mondo che cerca di renderci come tutti gli altri. Ma prima dobbiamo sapere chi siamo e, per farlo, dobbiamo spazzar via i condizionamenti e smettere di indossare abiti che non sono i nostri. E’ troppo faticoso voler essere ciò che non sei. Scegli di essere e non di dimostrare. Non dimenticare di vivere la tua vita.

4. Basta di… essere pigro!

Se vuoi qualcosa nessuno te la regala ma devi andartela a prendere. Senti che stanno suonando? Vai ad aprire alla porta della vita prima che la pigrizia, la stanchezza, la paura  diventino talmente forti da farti scegliere di rimanere fermo sul divano della rinuncia. Ricorda che il cambiamento non ti viene a cercare ma ti aspetta mettendoti alla prova. Non asciuga le tue lacrime ma vuole vedere le tue azioni sporche di sudore. Ogni giorno, spietato, ti chiederà: “Cosa hai fatto oggi per avermi?” E se tu gli risponderai: “Niente”, ti chiudera’ la porta in faccia.

 5. Basta di…avere paura!

E’ naturale avere paura, la paura è un’emozione che ci appartiene nel profondo ma non possiamo sempre avere paura. Il potere alla paura siamo noi stessi a darglielo. A volte scopriamo che la nostra paura ci mette i bastoni fra le ruote e scappiamo. Pensiamo di non farcela, siamo sicuri che non saremi capaci, continuiamo a evitare quel confronto o a rimandare. Ma la paura è come una strada, se non la attraversiamo non sapremo mai dove ci porta e rimarremo sempre al punto di partenza.

6. Basta di… rimanere attaccati al passato!

Il passato è ormai trascorso e non lo possiamo cambiare, ma ancora in molti indugiano ad abitarvi. Nel ‘qui e ora’ possiamo:

- Dire addio ai fantasmi del passato

- Prendere spunto dagli errori senza autoflagellarci bensì portando con noi gli insegnamenti appresi

- Gioire per ciò che nel passato abbiamo fatto e imparato

Se il passato è andato non indugiamo e, per quanto sia naturale guardarci indietro, non soffermiamoci: non è lo ieri ma bensì l’oggi che ha bisogno di noi!

7. Basta di… elemosinare affetto!

La vita è troppo breve per trascorrere del tempo con persone con cui non sei felice. Se qualcuno ti vuole nella sua vita, deve creare lo spazio per te. E tutto deve essere spontaneo e non troppo difficile. Quando impari a volerti davvero bene ti stanchi di elemosinare affetto. Non puoi pretendere che qualcuno ti ami per forza. In amore la carità non si fa ne si riceve.

8. Basta di… lamentarti e di fare la vittima!

Il lamento è una reazione spesso immediata e quasi istintiva di fronte al verificarsi di una situazione per noi negativa. Ognuno di noi nella vita si è di certo lamentato. E’ assolutamente normale. Tuttavia è opportuno riflettere su quanto questa ‘attività’ sia inutile e improduttiva soprattutto se ripetuta. Lamentarsi non aiuta a risolvere i nostri problemi, non ci spinge ad assumerci in pieno le nostre responsabilità e non induce ad attivarsi  per cercare di migliorare la nostra condizione. Dobbiamo pertanto imparare a contrastare questo comportamento che, in alcuni casi, diventa un’ abitudine consolidata che rovina la vita a noi e a chi ci circonda.

9. Basta di…essere spettatore della tua vita!

In ogni situazione di malessere o difficoltà possiamo decidere di assumere un atteggiamento positivo, accettare pienamente le nostre responsabilità, affrontarle ed agire. Ecco  dunque che la soluzione per imparare a smettere di lamentarsi è proprio quella di assumerci in pieno le nostre responsabilità. Questo significa che, se c’è un problema che mi assilla, per quanto gli altri mi possano aiutare, devo capire che sono io che devo risolverlo. Lamentarsi è la negazione dell’assunzione di responsabilità. Ecco perché alcune persone perseverano in questa arte: è comoda, non richiede dispendio di energie, permette di rimanere adagiati nella condizione  del ‘non faccio nulla, sto a guardare’.

E’ molto comodo prendersela con il fato, con la sfortuna, con gli altri… ma prima di passare in automatico al lamento impariamo a chiederci: “Io cosa sto facendo per la mia vita?”.

10. Basta di…dipendere dall’approvazione e dal giudizio dell’altro!

Ricordiamoci di dare priorità ai nostri bisogni. Facciamo le nostre scelte basandoci su quello che riteniamo sia meglio per noi, e non su quello che qualcun’altro vuole o pensa che dovremmo fare.  I  nostri bisogni  sono  importanti  quanto  quelli degli  altri. Impariamo  a  dire  ”voglio”  senza  sentirci  in  colpa  e  sfuggiamo  alla  tirannia  dei “dovrei”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ho un grillo parlante nella testa! Impariamo a gestire il nostro giudice interiore

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

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Dentro ognuno di noi abita un grillo parlante  interno che ci monitorizza, attento e critico, nel corso della giornata. E, con la sua vocina, spesso ci fa vacillare e dubitare delle nostre risorse e capacità, quando meno ce lo aspettiamo. Tutto ciò influenza la qualità della nostra vita, le nostre azioni e le nostre relazioni con gli altri. Infatti spesso siamo vulnerabili alle critiche esterne perché, in primis, non sappiamo gestire le critiche che ci partono da dentro.

Se i primi a dubitare di noi stessi siamo noi, come possiamo pretendere di saper gestire gli attacchi che arrivano dall’esterno? E poi, siamo proprio sicuri di saper riconoscere una critica costruttiva da una manipolativa? Se non stabiliamo un buon rapporto con il nostro grillo parlante ‘interno’ non saremo mai abbastanza lucidi da capire se una persona ci sta realmente ‘attaccando’ oppure stiamo ricevendo una critica ‘sana’ che però noi leggiamo come attacco in funzione di un dialogo interno sbagliato e colpevolizzante.

Ecco perché è fondamentale allenarci ad ‘ammorbidire’ il nostro giudice interiore, ad allentarne la potenza. Molti si chiederanno: ma non si può far tacere e basta? La risposta è no, perché è una parte di noi che ci accompagnerà per tutta la vita. La sua funzione è quella di dare alla parte cosciente regole e modelli di comportamento allo scopo di facilitare la loro evoluzione e il loro rinforzo. Quindi, visto che dovremo per forza conviverci, abituiamoci a dialogare con lui in modo sano, amichevole. Cerchiamo davvero di capire cosa vuol dirci e perché non stai mai zitto.

Cominciamo a porci le seguenti domande: sappiamo davvero ascoltarlo? La critica che ci rimanda che significato ha per la parte più profonda di noi stessi? Non è che forse vuole qualcosa di positivo per noi anche se ce lo esprime con troppa durezza?

Fondamentale dunque scendere a patti con lui. Per farlo cambiare bisogna entrare profondamente in contatto con sé stessi, capire quale strada desideriamo percorrere e quindi dialogare con il giudice per convincerlo a essere meno severo e ad adottare modelli di comportamento più congruenti con quella che sentiamo essere la nostra natura.

Facciamo un esempio pratico, se ci stiamo preparando a sostenere un esame e dentro di noi alberga un critico perfezionista che esige da noi standard molto elevati possiamo di certo ascoltarlo quando ci spinge a prepararci e a studiare ma, dall’altra parte, trattare con lui rispetto ‘al livello di perfezione’ che ci richiede, ricordandogli che siamo umani e possiamo anche permetterci piccoli errori che non andranno a influenzare in modo determinante sulla nostra ‘prestazione’.

Imparare a giocare di mediazione con il nostro giudice interiore ci consentirà di vivere una vita più sana e libera, ci permetterà di rispettare la nostra vera natura e di non affossarci nelle cadute che, inevitabilmente, troviamo sul percorso.

 

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Sai scegliere il partner giusto per te? Suggerimenti per costruire una relazione ‘sana’ e appagante

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

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Nessuno mi ama,  sono solo/a, nessun uomo/donna mi vuole, ho chiuso con gli uomini/ con le donne…” ecco alcune della lunga serie di lamentazioni che spesso ascoltiamo  da tutte quelle persone insoddisfatte della loro vita sentimentale.

E’ sicuramente difficile ad oggi incontrare un partner con cui stare bene ed essere felici.

E’ difficile ma non impossibile! Il grave errore che molte persone commettono è quello di affidarsi al destino e alla fortuna senza mettersi in gioco per ‘edificare’ la propria felicità sentimentale.

In molti stanno fermi in attesa che il miracolo si compia e arrivi un principe o principessa che li salverà dai loro tormenti e li risarcisca dalla sofferenza del passato.

Si attende un amore perfetto, una relazione perfetta. Ci si rifugia in un mondo di sogni e aspettative irrealistiche che allontanano dalla realtà e dall’effettiva possibilità di incontrare una persona con cui stare bene.

Il primo falso mito da contrastare se davvero vogliamo vivere relazioni appaganti è che non esistono persone perfette, non esistono amori perfetti. Siamo sempre più dicotomici in materia di relazioni affettive “ O trovo la persona perfetta, oppure niente”. Ci dimentichiamo che esistono infinite sfumature e se davvero vogliamo essere felici dobbiamo imparare a calarci dal mondo ideale a quello reale. E smettere di aspettare che il destino si metta alla guida della nostra vita. Dobbiamo imparare ad agire e a scegliere ciò che è meglio per noi, ciò che ci fa star bene, incluse le persone.

Trovare un partner con cui vivere una relazione appagante può essere tanto più difficile quanto più ci irrigidiamo in modi di pensare e comportarci che ci confondono e ci bloccano.

Vi fornirò pertanto oggi alcuni utili suggerimenti per imparare a scegliere e a dirigervi verso una relazione sana e ‘giusta’ per voi:

Iniziate a guardare dentro di voi: smettete di affidarvi alla fortuna e lavorate su voi stessi per raggiungere uno stato interiore di equilibrio e lucidità. Non possiamo pensare di attrarre una persona con cui star bene se siamo intrisi in uno stato di pessimismo e negatività. Anzi, ciò è molto rischioso poiché si rischia di incontrare qualcuno che incrementi le nostre paure e vulnerabilità.

Lavorate sul vostro passato: esperienze infantili irrisolte e non elaborate possono condizionare le scelte affettive del presente. Fondamentale dunque esplorare i meccanismi affettivi che ci portiamo dentro al fine di elaborarli.

Evitate di fare confronti/raffronti con storie sentimentali precedenti: ogni storia, così come ogni persona, è diversa dalle altre; il timore che la sofferenza già sperimentata si possa ripetere può essere destabilizzante e paralizzante e non permette di vedere il positivo che c’è nella nuova persona e nella nuova relazione.

Imparate a lasciare e ad essere lasciati: comprendere emotivamente e cognitivamente che questo processo fa parte della vita. Concedersi il diritto di poter lasciare scoprendo che se non si lascia mai nessuno non è per amore ma per paura di essere abbandonati. L’incapacità di lasciare chi non ci appartiene più condiziona inevitabilmente la nostra felicità sentimentale.

Rifuggite dalla tipologia di “partner abbandonici”: smettete di scegliere partner che innescano lo schema dell’abbandono e del rifiuto ed imparate e leggere i segnali che ci permettono di riconoscere la persona che mette in atto comportamenti del genere per allontanarla.

Imparate ad essere protagonisti attivi della vostra vita e delle vostre scelte:  Quali sono i vostri desideri, obiettivi? Quali sono le cose o le persone che vi fanno stare davvero bene? Dedicate del tempo alla scoperta di ciò che siete e cosa volete. Lavorate per incrementare la vostra soddisfazione e realizzazione personale.  E’ più facile attrarre una persona quando siamo soddisfatti di noi stessi e siamo in grado di riconoscere il nostro valore

Concedetevi  una pausa tra una relazione e l’altra: la maggior parte delle persone si buttano a capofitto da una storia  a un’altra per paura di stare da soli e si fanno pervadere dall’ansia di trovare subito un nuovo compagno/a. E’ molto prezioso invece imparare ad aspettare e utilizzare questo intervallo per  mettersi in ascolto dei propri bisogni e desideri.

Prendersi cura di se stessi: non trascurate la vostra salute e il vostro aspetto.  Fate attività fisica, dedicate del tempo al riposo e ai vostri hobby. Tutto questo vi farà sentire meglio e vi renderà più sicuri di voi stessi nel momento in cui vi relazionate agli altri.

Se da soli non riuscite a uscire dal tunnel della vostra insoddisfazione sentimentale non vergognatevi a chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta: un buon lavoro terapeutico vi aiuterà a prendere consapevolezza “emotiva” del vostro disagio facendo emergere emozioni, sentimenti, pensieri e riflessioni e vi guiderà verso una rinascita interiore fondata su una maggiore consapevolezza di sé e delle vostre scelte.

 

 

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Anche se non te lo hanno insegnato, puoi imparare a volerti bene

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

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Passiamo intere giornate a concentrarci sugli altri: ci domandiamo cosa penseranno di noi, come ci giudicheranno, se ci vorranno bene, e spesso trascuriamo il rapporto con quello che dovrebbe essere il nostro migliore amico, ossia il nostro ‘io’. Sarebbe molto bello se ognuno di noi si amasse abbastanza da concedersi una vita piena e densa di significato ma molto spesso non è così. In qualità di psicoterapeuta, mi confronto giornalmente con persone che non si amano affatto. Ci sono troppe persone che si danno per scontate, si sottovalutano, non si prendono neanche in considerazione fino ad arrivare, nei casi più gravi, a farsi del male.

Paul Valéry scrive “Raramente ho perso di vista me stesso: mi sono detestato e mi sono adorato – poi, siamo invecchiati insieme”, ed è vero. Nella vita di tutti i giorni ciascuno di noi oscilla continuamente tra sentimenti di amore e disamore nei confronti di se stesso.

Oggi pertanto ci chiediamo: può esistere una pacifica coabitazione con se stessi? E se nessuno ci ha mai insegnato a volerci bene, è possibile impararlo? Sicuramente un buon rapporto con “il nostro io” non è cosa semplice e dobbiamo lavorare costantemente  per ottenerlo e migliorarlo. Alcuni di noi riescono abbastanza facilmente a stabilire una relazione amichevole con se stessi, per altri è molto più difficile. Il nostro passato e la nostra educazione sono determinanti nello stabilire il tipo di relazione che abbiamo con noi stessi ma, fortunatamente, non ci condizionano del tutto; anche se non ci è stato insegnato a volerci bene, possiamo apprendere come si fa e dunque migliorare la nostra vita.

L’amicizia è il tipo di rapporto che meglio rappresenta il tipo di relazione che dovremmo imparare a stabilire con noi stessi, infatti gli elementi che meglio caratterizzano l’amicizia sono la stima e l’affetto, gli ingredienti base di un sano rapporto con il nostro sé.

Non a caso la terapia cognitiva comportamentale propone spesso l’esercizio del “migliore amico”: il terapeuta chiede al paziente di annotare i propri pensieri negativi quando si trova in difficoltà. Facciamo un esempio: “Quando non sono riuscito in qualcosa mi sono detto: Sono veramente un’incapace, lascio perdere, non ce la farò mai”. Poi si chiede al paziente se avrebbe detto una cosa del genere  al suo migliore amico se si fosse trovato nella sua stessa situazione. Ovviamente no, risponde il paziente, perché si rende conto che un discorso del genere sarebbe sbagliato e inefficace! Dopo di che si chiede al paziente di modificare il discorso con se stesso come se dovesse farlo al proprio amico: che cosa direbbe ad un suo amico che si dovesse confrontare con il suo problema? Il discorso allora si modifica, diventa meno rigido, più “affettuoso” e stimolante: “D’accordo è dura, stavolta non ce l’hai fatta. Sono cose che capitano. Lavorando, a poco a poco, ci potresti riuscire. Altrimenti, se è troppo difficile per te, lascerai perdere”.

A poco a poco, con questo esercizio, si sollecita e si sprona il paziente a modificare il dialogo interno che ha con se stesso. Si insegna alla persona  a parlarsi come parlerebbe ad un amico e dunque in un tono meno critico, meno rigido e più incoraggiante.

Perché si insegna questo? Proprio per permettere alla persona di imparare a coabitare serenamente con se stesso. Dobbiamo dunque imparare a stimarci e a nutrire dell’affetto nei confronti di noi stessi. Attenzione però a non fare confusione tra stima e ammirazione:  nutrire stima nei confronti di noi stessi, fare un po’ meglio quello che facciamo spontaneamente, è molto diverso dal  cercare l’azione gloriosa o il successo sfolgorante, questo sarebbe troppo difficile e ci potrebbe portare a rinunciare in anticipo ad agire.

Una buona autostima è alla fine più vicina all’amicizia di quanto sia all’amore: poichè solo l’amicizia riesce ad associare “esigenza” (non permettere ai nostri amici di fare qualsiasi cosa) e “benevolenza” (non giudicarli ma essere disposti ad aiutarli), “presenza” (essere attenti e disponibili per loto ) e “tolleranza” (accettarne i difetti e le manchevolezze).

Imparare dunque ad essere amici di noi stessi si può ed è fondamentale per il nostro benessere psicologico. Se da soli non ci riusciamo non vergogniamoci di chiedere aiuto a uno psicoterapeuta, che ci permetterà di comprendere le origini del cattivo rapporto con noi stessi ma soprattutto ci consentirà di scoprire nuove e più funzionali modalità per imparare a volerci bene e a rispettarci.

 

Riferimenti bibliografici

“Imperfetti e felici”. Christophe Andrè. Edizioni Corbaccio, Milano, 2008

 

 

 

 

 

 

 

 

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Come riconoscere e identificare un abuso fisico, sessuale, psicologico, finanziario

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

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Nell’articolo di oggi verranno esaminati e descritti i principali tipi di abuso cui donne e uomini possono essere sottoposti. Nella nostra società c’è ancora troppa confusione su quello che possiamo definire abuso. Spesso quando si parla di abuso si immagina un maltrattamento ‘fisico’ ma in realtà oltre a quello fisico ne esistono molte altre forme. L’abuso può essere anche sessuale, psicologico, economico.

E’ fondamentale fare chiarezza sulle principali forme di abuso che possono essere esercitate sia da uomini che da donne. Se non abbiamo chiaro in cosa consiste un comportamento abusante risulta difficile chiedere aiuto.

Le seguenti definizioni sono state tratte dall’articolo “Emotional Abuse – Are You Being Abused?Identifying Emotional, Physical, Sexual, Psychological and Financial Abuse” di Melanie Tonia Evans, on line su:

http://www.melanietoniaevans.com/articles/are-you-being-abused.htm

Abuso fisico

Definizione di Wikipedia: L’abuso fisico implica un contatto volto a causare dolore, ferita o altra sofferenza fisica o danno. Molte donne non credono di essere abusate fino a che non vengono “colpite”. L’abuso fisico è molto di più.

I seguenti comportamenti costituiscono abuso fisico:

Venir colpito, sbattuto, preso a schiaffi e a pugni

Spintonato

Preso a calci, morso, pizzicato, fatto inciampare, inginocchiare e sbattere la testa

Strangolato, tagliato, accoltellato, minacciato con le armi, annegato

Colpito con oggetti

Messo all’angolo e trattenuto con la forza

Lasciato senza possibilità di dormire (privazione del sonno)

Esposto alle intemperie (lasciato chiuso a chiave fuori)

Privato dei beni

Sbattuto al muro o colpito con  oggetti scagliati contro

Fatto ammalare

Negato cibo o medicine

Colpito con arma da fuoco

Minacciato fisicamente

Perseguitato (reso vittima di stalking)

Sottoposto a guida spericolata

Ogni tipo di tortura fisica nel tentativo di avere delle ammissioni o delle risposte

Inflitto qualsiasi tipo di dolore fisico

Abuso sessuale

Definizione di Wikipedia: Abuso sessuale (anche inteso come molestia) indica generalmente un forzato ed indesiderato atto sessuale rivolto da una persona ad un’altra. L’abuso sessuale non è solo un abuso fisico, ricade infatti nella categoria di abusi psicologici non consensuali. Uno dei miti della società è che la maggior parte di aggressioni sessuali avviene tra estranei. Statisticamente, il 75% di violenze sessuali avviene da un uomo che la vittima conosce. L’abuso sessuale è molto pericoloso. Significa venir trattati come oggetti dal partner.

I seguenti comportamenti costituiscono abuso sessuale:

Stupro

Ogni atto sessuale forzato, non voluto e non consensuale

Uso del senso di colpa, manipolazione o minaccia per fare sesso

Uso di parole scurrili

Domande incalzanti sulla storia sessuale

Commenti umilianti e degradanti sulla storia sessuale

Commenti umilianti e degradanti sulle prestazioni sessuali

Commenti umilianti e degradanti sull’abbigliamento

Commenti umilianti e degradanti sul linguaggio del corpo, le abitudini ecc

Commenti umilianti e degradanti sulla fisicità, sul peso, ecc

Riferimenti alla persona come al proprio organo sessuale

La gelosia patologica e tutti i comportamenti associati

Lo stalking

Abuso psicologico

L’abuso psicologico comprende quello mentale ed emotivo ed avviene quando l’identità di una persona, le predilezioni, la vita ed i comportamenti vengono mentalmente ed emotivamente controllati da un’altra persona. L’autostima e la fiducia in se stessi vengono minate al punto che la vittima è confusa su “ciò che è reale” e perde il senso dell’ “essere emotivamente al sicuro”. Il partner violento può essere in grado di comportarsi in modo del tutto inadeguato e la vittima dell’abuso psicologico tenderà ad aggrapparsi disperatamente alla relazione per ricevere qualche tipo di sostegno, conforto, amore o conferma dall’ abusatore. Bisogna prestare molta attenzione ai violentatori psicologici poiché iniziano la relazione con fascino e carisma. Questi individui hanno una  personalità magnetica e possono dare un’immagine alla quale la vittima non può resistere.

La maggior parte delle donne rischiano di innamorarsi perdutamente di un narcisista carismatico. Sfortunatamente molte donne idealizzano i loro uomini e, se si aggiunge il fatto che ne sono talmente travolte da credere che lui sia “l’unico”, è facile comprendere la perdita della propria autostima (a fronte di abuso). Questo condurrà la donna a riprendersi “l’ uomo meraviglioso” che ha conosciuto e guadagnarsi il suo amore senza tener conto di come lui la tratta. L’abuso psicologico è una dinamica spietata e una tattica ben precisa usata dai narcisisti. Questa forma di abuso è comune in molte relazioni. Le donne riferiscono che le ferite provocate dall’abuso psicologico hanno bisogno di molto più tempo per guarire rispetto agli effetti di abuso fisico. Molte donne che non hanno accesso alle cure base riportano danni a livello psicologico ed emotivo. Può essere molto difficile definire l’abuso psicologico e può insidiosamente penetrare nella tua vita se non sai a cosa fare attenzione.

I seguenti comportamenti costituiscono abuso psicologico:

mentire

manipolare

far perdere il controllo

incalzare con domande pressanti

perseguitare

umiliare

intimorire

minacciare

isolare

incolpare

Abuso economico:

Abuso economico: l’abuso economico è una circostanza comune nelle relazioni. L’abuso economico è qualsiasi tipo di azione che colpisce la sicurezza finanziaria/materiale di un’altra persona contro la sua volontà.

Questa forma di abuso include:

uso irresponsabile del denaro, come il gioco d’azzardo, il rischio e le spese eccessive

rifiuto all’attività lavorativa

diniego delle attività domestiche

esigere la ragione di tutti i soldi spesi

nascondere il denaro

rendere responsabile dei debiti

non permettere di spendere per i bisogni

forzare o manipolare carte di credito o conti a tuo nome

imputare all’altro le spese

costringere a commettere atti criminali o umilianti per soldi

Questo articolo ha lo scopo di informare sulle possibili forme di abuso. Se vi siete riconosciuti in uno o più di questi comportamenti (subiti o esercitati) non isolatevi, cercate il sostegno delle persone che vi circondano e non esitate a chiedere aiuto a persone competenti in materia. La prevenzione in questi casi è fondamentale.

 

Ringrazio per la collaborazione nella traduzione dei brani la Dott.ssa Maria Luisa Capocchia

 

 Riferimenti bibliografici:

http://www.melanietoniaevans.com/articles/are-you-being-abused.htm

 

 

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Stalking in rosa: quando la vittima è un uomo

donna stalker

 

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

Con il termine stalking si intende una “forma di aggressione messa in atto da un persecutore che irrompe in maniera ripetitiva, indesiderata e distruttiva nella vita privata di un altro individuo, con gravi conseguenze fisiche e psicologiche” (Gargiullo e Damiani, 2008). Il termine è inglese (deriva da ‘to stalk’) e indica “fare la posta, braccare, pedinare”; si riferisce a comportamenti atti a osservare e conoscere il comportamento della preda al fine di poterla catturare: non avendo equivalenti nella nostra lingua, la traduzione che più frequentemente viene adottata è “molestie assillanti”.

Nella sindrome del molestatore assillante è dunque possibile distinguere un soggetto attivo, il molestatore o stalker, ed un soggetto passivo, ossia la vittima nei cui confronti lo stalker sviluppa un’intensa polarizzazione ideo-affettiva e verso cui mette in atto una serie ripetuta di comportamenti tesi alla sorveglianza e/o comunicazione e/o ricerca sistematica di contatto (Benedetto, Zampi, Messori, Cingolani, 2008).

Ad oggi prevale, nella nostra società, la figura della donna come ‘vittima’ di violenza da parte dell’uomo, che sia essa domestica o esterna all’ambiente familiare. Negli ultimi anni, però, sono stati molti i titoli di giornali che ci hanno comunicato di omicidi, atti di violenza e stalking da parte di donne. Lo stalking infatti non è un fenomeno di genere. Sia donne che uomini possono essere vittima o persecutore, entrambe possono aggredire fisicamente, psicologicamente, possono appostarsi, pedinare, creare danni alle cose, minacciare, possono essere persistenti, molestanti in modo assillante.

Al momento si contano il 70% di uomini molestanti contro il 30% delle donne. E alla base di questo dato possono esserci vari fattori, “il Silenzio degli uomini” può costituire uno di questi. Per Silenzio degli uomini, come ben descrive Laia Caputo  (“Il silenzio degli uomini”, Feltrinelli, 2012), si intende anche un silenzio più atavico, un mancato riconoscimento e mancata esplicitazione delle emozioni umane, in particolare la Paura. Gli uomini cioè, difficilmente dicono “ho paura!”. La società rimarca sempre sul loro coraggio, sulla forza, sull’atto eroico, che indubbiamente ci sono, ma mai si parla anche di paura, anch’essa presente. Ad oggi dunque gli uomini, tacendo più che mai le proprie emozioni, si trovano in un disorientamento totale, si trovano ad essere come pentole a pressione, pronte ad esplodere all’ennesima frustrazione, incomprensione, all’ennesima mancanza. Ecco che lo stalking rappresenta una delle possibili reazioni, una delle tante possibili forme di quest’esplosione rabbiosa. In questa confusione, talvolta le donne anziché continuare a coltivare la propria identità, rimarcano le vesti e le dinamiche violente maschili e così si distinguono per la loro molestia assillante, ai danni degli uomini.

La “normalizzazione” pubblica della violenza femminile – messaggi pubblicitari, spettacolitelevisivi, cinema, stampa, video web – crea assuefazione ed abbassa l’allarme sociale. Può una forma di violenza essere considerata politically correct, qualunque essa sia? Al riguardo vi è un’interessante e recente indagine dal titolo: “Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile” ( Y. Abo Loha, G. Gallino, S. Gascò,  G.P. Macrì, C. Manzari, V. Mastriani, F. Nestola, S. Pezzuolo, G. Rotoli, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. VI – N. 3 – Settembre-Dicembre 2012). L’indagine è finalizzata a raccogliere elementi di valutazione ancora inesistenti nel nostro Paese, utili a verificare se esista, ed eventualmente in che misura, una realtà diversa da quella fondata esclusivamente su condizionamenti, luoghi comuni e pregiudizi. Si tratta di un’indagine ufficiosa, ma rappresenta l’unica fonte in assenza di indagini ufficiali.

L’analisi dei dati raccolti smentisce la tesi della violenza unidirezionale U>D e le sovrastrutture culturali che ne derivano. La teoria secondo la quale la violenza U>D sia la sola forma diffusa, quindi l’unica meritevole di contromisure istituzionali, si rivela quindi un postulato indimostrato ed indimostrabile, generato esclusivamente dal pregiudizio. Sono pertanto prive di fondamento le teorie dominanti che circoscrivono ruoli stereotipati: donna/vittima e uomo/carnefice. Dall’indagine emerge come anche un soggetto di genere femminile sia in grado di mettere in atto una gamma estesa di violenze fisiche, sessuali e psicologiche; quindi anche un soggetto di genere maschile possa esserne vittima. Il fenomeno della violenza fisica, sessuale, psicologica e di atti persecutori, in accordo con le ricerche internazionali, anche in Italia vede vittime soggetti di sesso maschile con modalità che non differiscono troppo rispetto all’altro sesso.

L’indagine inoltre dimostra che le modalità aggressive non trovano limiti nella prestanza fisica o nello sviluppo muscolare; anche un soggetto apparentemente più “fragile” della propria vittima può utilizzare armi improprie, percosse a mani nude, calci e pugni secondo modalità che solo i preconcetti classificano come esclusive maschili. La significativa rappresentatività nel campione di soggetti con prole ha fatto emergere l’effettiva strumentalizzazione che i figli hanno all’interno della coppia in crisi.

Il dato più evidente riguarda le violenze psicologiche, testimoniate dal campione in percentuali significative. Solo il 2,1% ha dichiarato di non averne mai subite.

Al termine di questa ricerca, ciò che gli autori auspicano è che il fenomeno venga ulteriormente approfondito dagli organi  istituzionali, indagando  con  identici strumenti e modalità un campione composto da un uguale numero di donne ed uomini, secondo criteri di trasparenza ed imparzialità sino ad oggi sconosciuti.

“Quando parliamo di abusi emotivi o fisici è sbagliato identificare sempre l’uomo come carnefice e la donna come vittima. Anche gli uomini subiscono abusi da donne violente, ed è sempre più frequente. Il vero problema è che spesso rimangono in silenzio, per vergogna e per paura di essere ridicolizzati. Infatti un uomo che denuncia la violenza di una donna spesso si trova ad essere deriso e quasi m…ai compreso. Normalizzare o minimizzare la violenza femminile abbassa l’allarme sociale e aumenta la resistenza dell’uomo a denunciare gli abusi che subisce. Condizionamenti, luoghi comuni e pregiudizi vanno combattuti perché tutti hanno diritto ad essere difesi quando subiscono violenza” Dott.ssa Francesca Saccà

 

Siti consultati:

La storia di una stalker e il silenzio degli uomini. Articolo pubblicato il 5 settembre 2013 sul blog stalking-fra-vittima-e-persecutore.over-blog.com (Spazio di confronto, di ricerca di sè, di trasformazione, per non essere più Vittime nè Carnefici) on line su: http://stalking-fra-vittima-e-persecutore.over-blog.com/la-storia-di-una-stalker-e-il-silenzio-degli-uomini

“Stalking: Sono le Donne le Più Violente”. Articolo a cura di  Alessia Offredi il 12 feb 2013 on line su: http://www.stateofmind.it/2013/02/stalking-donne-violente/

Una nuova indagine sulla violenza verso il mondo maschile. 6.000.000 di vittime. Articolo pubblicato il 10 novembre 2013 on line su: http://www.adiantum.it/public/3193-una-nuova-indagine-sulla-violenza-verso-il-mondo-maschile.-6.000.000-di-vittime.asp?pagin=3&ordine=commenti-idComm01-desc

 

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“I serial killer dell’anima” e la manipolazione relazionale: ne parliamo con Cinzia Mammoliti

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

copertina serial

Uno dei testi recenti più efficaci in merito al tema della manipolazione affettiva è, a mio parere, ‘I serial killer dell’anima’, di Cinzia Mammoliti, Edizioni Sonda, 2012. Ho avuto il piacere di conoscere virtualmente Cinzia e di confrontarmi con lei in merito a questo tema. Condivido con voi l’intervista che le ho fatto.

Buona lettura

Dott.ssa Francesca Saccà

 

Benvenuta Cinzia, presentati ai lettori del blog Psicologo in famiglia…

Buongiorno a tutti sono Cinzia Mammoliti e mi occupo di formazione e consulenza in ambito criminologico. Sono una donna che ha fatto delle proprie passioni un lavoro e mi ritengo molto fortunata in quanto l’amore per il mio mestiere mi porta quotidianamente un profondo arricchimento non solo professionale ma soprattutto umano. La mia attività é prevalentemente centrata sulla forma di violenza maggiormente diffusa, e a volte paradossalmente più trascurata in criminologia, che è la violenza domestica che presenta una cifra oscura considerevole in quanto troppo poco denunciata, e a volte neanche individuata dalle vittime vessate non solo e necessariamente fisicamente ma anche e soprattutto psicologicamente. La dimensione psicologica dell’abuso emotivo costituisce una questione molto complessa e le dinamiche che coinvolgono carnefice e vittima richiedono studi e analisi attente per poter attuare una prevenzione che sia veramente efficace.

Tu sei autrice di quello che, a mio parere, è uno dei migliori libri in circolazione sui manipolatori relazionali, “i serial killer dell’anima”. Come nasce questo tuo libro?

Ti ringrazio per l’apprezzamento anche perché stimandoti come professionista del settore penso che un lavoro sinergico condotto tutti insieme e finalizzato ad aiutare le persone a uscire da disagi sia fondamentale per progredire nell’ambito della salute e del benessere individuale. Il libro nasce dall’esigenza di dare voce a tutte le  testimonianze di persone abusate che nel corso di questi anni si sono rivolte a me in cerca di aiuto. Dal mio profondo senso di giustizia che ritiene amorale un ordinamento che non fornisca un’adeguata tutela a chi subisce e da un’esperienza personale che mi ha aperto gli occhi sulle subdole modalità manipolative in cui possono incappare anche le persone più tecnicamente attrezzate quando ci sono di mezzo i sentimenti.

Nella tua esperienza di vita personale ti sei  imbattuta in un vampiro affettivo. Alla fine del libro lo dichiari del resto. Ma come ha influito sulla tua vita questo tipo di esperienza?

E’ un’esperienza che mi ha cambiata molto, da un lato in meglio dall’altro meno, come tutte le esperienze intense immagino. Il percorso con un vampiro, mentre lo vivi,  modifica il tuo sistema percettivo e la tua scala di valori e credenze. Ti resetta e mette a contatto con le parti peggiori di te, con il tuo lato oscuro. Il manipolatore perverso trasforma il bello in brutto e cerca di destrutturarti perché non sopporta la tua parte umana e sensibile. Si tratta, come ho spesso detto, di un viaggio all’inferno con biglietto di ritorno se si è abbastanza forti. Se no di vampirismo si può morire. Mentre vivevo quell esperienza mortifera mi ripromisi che nessuno avrebbe dovuto mai stare come mi sentivo io in quegli anni. Iniziai così a studiare da fuori quello che stavo vivendo, a prendere appunti, a utilizzare gli strumenti che avevo a disposizione. Diciamo pure che senza quell’esperienza il libro non sarebbe mai nato e quindi non tutti i mali vengono per nuocere dato che si stanno salvando migliaia di donne.

So che ti stai occupando di studiare la SINDROME DA MANIPOLAZIONE RELAZIONALE (SDMR), vuoi spiegare ai lettori in cosa consiste questa sindrome e quali sono i sintomi?

In qualità di membro del comitato scientifico di  Link italia www.link-italia.net, associazione di Modena presieduta dalla D.ssa Francesca Sorcinelli e impegnata su scala nazionale e internazionale nella ricerca in ambito criminologico, vittimologico, investigativo, psicosociale e zooantropologico, io e uno staff di specialisti stiamo vagliando e studiando una specifica sindrome da noi individuata, che abbiamo chiamato SDMR (Sindrome da Manipolazione Relazionale). Questa sindrome colpirebbe la quasi totalità delle vittime dei manipolatori relazionali e si presenta sia in concomitanza del rapporto con il partner o genitore, che a fine relazione. Di durata soggettiva, spesso è causa di disturbi fisici, piscologici o psichiatrici, anche irreversibili. I sintomi sono vari e complessi . Li potete trovare sulla pagina http://www.link-italia.net/questsmr.html, contenente un questionario ad hoc che abbiamo strutturato per chi ritiene di essere o essere stato vittima di manipolazione relazionale.

Spesso di parla di ‘vampiri affettivi’ unicamente al maschile, ma nella mia esperienza di psicoterapeuta ho incontrato anche molte donne appartenenti alla tipologia ‘vampiro’. Nella tua esperienza di criminologa hai constato una differenza di genere nell’ambito del fenomeno della manipolazione relazionale?

Forse le donne si espongono di più rispetto agli uomini vittime, ma le vampire energetiche sono altrettanto diffuse e a volte meglio mascherate. Si trovano ovunque: nelle relazioni sentimentali, amicali, lavorative e le modalità comportamentali sono analoghe a quelle maschili. Devo dire che attraverso la grande sensibilizzazione mediatica che stiamo facendo vanno aumentando gli uomini che manifestano il bisogno di essere aiutati a uscire da relazioni disfunzionali e perverse.

Come si riconosce una vittima di manipolazione affettiva?

Destabilizzata, insicura, spaventata, ansiosa. Ha sempre bisogno del consenso e del riconoscimento del manipolatore per sentirsi bene. Questo é il primo, preoccupante sintomo che accomuna tutte le vittime. Deve sempre dimostrare di valere, di avere ragione, di non essere sbagliata. Quando una persona ci mette in queste condizioni bisogna fuggire subito rinunciando a una comunicazione che non potrà mai avere luogo. Dal suo punto di vista il manipolatore ha sempre ragione e odia chiunque si opponga a lui.

Che suggerimento daresti a una persona che si rende conto di essere vittima di manipolazione affettiva? Come mettersi in salvo da un serial killer dell’anima?

Il consiglio che do e l’ unico che ritenga effettivamente praticabile é la fuga. Una fuga con interruzione integrale dei rapporti laddove possibile. In molti casi, purtroppo, soprattutto quando ci sono figli di mezzo si è costrette a mantenere un rapporto col manipolatore e allora bisogna allenarsi a non cadere nelle loro trappole che vengono puntualmente tese per poter continuare a creare confusione e destabilizzazione. Esistono efficaci tecniche di contromanipolazione ben descritte anche all’interno dei testi che suggerisco ne I serial killer dell’anima.

I manipolatori, lo sappiamo benissimo, non agiscono da soli. Puoi spiegarci come le vittime partecipano al circuito della manipolazione?

Come il vampiro della leggenda non poteva entrare in una casa se non invitato, allo stesso modo questi vampiri energetici non possono abusarci se in qualche modo non glie lo consentiamo. La violenza psicologica è un qualcosa che permettiamo quando non abbiamo imparato a rispettarci e farci rispettare o quando siamo troppo gentili con gli altri o portati a non vedere il male. In ogni caso dalla seconda volta in cui qualcuno ci manca di rispetto la responsabilità diventa anche nostra. Quando una relazione con un manipolatore é avviata si entra in una sorta di delirio che conduce inevitabilmente allo sfacelo la parte più coinvolta, e cioé la vittima, la quale più è maltrattata meno se ne fa una ragione; più cerca di capire il perchè più viene maltrattata, in una spirale senza fine che la porta a invischiarsi e non riuscire ad andarsene a fronte dei primi campanelli d allarme come sarebbe giusto fare.

Sappiamo che spesso donne o uomini vittime di manipolazione e violenza psicologica manifestano una forte resistenza a chiedere aiuto e spesso tendono a isolarsi. Quale è secondo te il comportamento più funzionale per le persone che circondano le vittime e che vogliono aiutarle?

Questo é uno dei punti più critici perchè aiutare chi non si vuole fare aiutare é, a mio parere, impossibile. Le vittime di manipolazione e violenza psicologica spesso sono isolate perchè l ‘isolamento è stato creato loro ad hoc dall’abusante che, come sappiamo, per poter abusare liberamente deve innanzitutto fare terreno bruciato intorno alla preda. Chi si isola volontariamente invece lo fa spesso perché si vergogna di quel che sta vivendo e avendo sviluppato una dipendenza non trova la forza di chiedere aiuto perchè non ne vuole uscire. L unico modo per stare vicini a una vittima che vuole rimanere nella situazione che vive consiste nel cercare di riportarla su un piano di realtà e obiettività fornendo, laddove possibile, strumenti utili per acquisire consapevolezza: scritti, articoli, blog, forum, libri e film sull argomento hanno contribuito ad aprire  gli occhi a molte delle mie clienti.

So che stai per pubblicare il tuo secondo libro in merito a questo argomento. Puoi fornirci qualche piccola anticipazione?

Si tratta di un sequel de I Serial killer dell’anima. Ho individuato e analizzato le dieci  principali  maschere che indossano i più pericolosi manipolatori relazionali partendo da testimonianze di vittime di abuso. Ne traccio  specifici identikit che possano facilitarne il riconoscimento e fornisco al contempo suggerimenti per riuscire a neutralizzarli.

Ringrazio di cuore Cinzia Mammoliti, che si occupa con passione e professionalità di un tema ‘caldo’ e all’ordine del giorno quale è la manipolazione relazionale e la violenza psicologica e vi invito a visitare il suo sito:

http://www.cinziamammoliti.it/

 

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