martedì, 15 maggio 2012

Impara ad essere il solo giudice di te stesso

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

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Da molto tempo ormai non faccio più la fatica di essere ciò che non sono. Scelgo di essere e non di dimostrare. Non mi dimentico di vivere quella che è la mia vita. Sto bene da quando ho imparato che mi appartengo e sono il solo giudice di me stessa (Francesca Saccà)

 

Ognuno di noi convive quotidianamente con delle voci interiori che ci parlano e continuamente monitorizzano il nostro operato e  i nostri comportamenti. A volte queste voci sono nostre, altre volte sono quelle di tutti coloro che hanno occupato o occupano  un ruolo rilevante nella nostra vita: genitori, insegnanti, amici.

Da quando ci alziamo la mattina fino a sera siamo continuamente rapiti da un flusso continuo di pensieri “Dovrei…, Devo…, Bisognerebbe che… Sarebbe meglio che …"

Dobbiamo però fare attenzione a non rimanere imprigionati dai continui devo e dovrei che rimbalzano nella nostra testa e soprattutto imparare a distinguere da dove provengono determinati condizionamenti. Infatti mano a mano che cresciamo perdiamo la nostra spontaneità e cominciammo ad interiorizzare i “devi” degli adulti che ci sono vicini ma anche della società in cui viviamo.

Facciamo alcuni esempi che abbiamo spesso sentito ripeterci sin da quando eravamo piccoli:

Devi essere buono! Devi essere bravo! Devi lavorare sodo! Devi essere bello! La vita non è un divertimento!  Devi stare attento! Devi finire quello che hai iniziato! Devi essere perfetto! Devi prenderti le tue responsabilità! Non devi commettere errori! Non devi dare preoccupazioni!  Devi avere successo!  Devi farti una famiglia!

Potremmo fare un’infinità di esempi. Il vero problema che sta alla base di tutto  è che quando seguiamo indicazioni, precetti, divieti che non si conciliano con la nostra coscienza o il nostro modo di essere stiamo male anche se in questo modo magari piacciamo tanto agli altri.

Dunque molto spesso impersoniamo ruoli e ci travestiamo da qualcuno che non siamo con la finalità di essere accettati e amati da chi ci è vicino.

Ma quando le regole secondo le quali viviamo sono state determinate dagli altri e noi continuiamo ad agire seguendole senza chiederci cosa realmente siamo e cosa vogliamo, si determina una condizione assolutamente sfavorevole al nostro benessere che comporta l’autosvalutazione del se e la repressione di bisogni e desideri profondi.

 Anche se nessuno ce lo ha mai insegnato dobbiamo imparare che ogni individuo durante tutta l’arco della sua vita ha diritto di:

 - Essere trattato con rispetto

- Esprimere bisogni, opinioni e sentimenti

- Chiedere ciò che desidera

- Rifiutare una richiesta e dire di no

- Commettere degli errori

- Essere giudice del suo comportamento indipendentemente dalla benevolenza o  dall’approvazione altrui

- Decidere se far valere o meno i suoi diritti

- Cambiare la sua opinione

- Decidere se farsi coinvolgere o meno dai problemi altrui

- Non essere perfetto

- Non capire

- Stabilire i propri limiti

- Decidere da solo

 Rispettare e far rispettare i nostri diritti è la premessa fondamentale per il raggiungimento del benessere psicologico

Uno dei diritti più importanti per il nostro benessere è quello di divenire il ‘giudice di se stessi’: questo vuol dire che possiamo decidere autonomamente, valutare il nostro comportamento, i nostri pensieri, le nostre emozioni, assumendocene la responsabilità. Tutto questo nel rispetto dell’altro.

La nostra cultura preferisce modelli di comportamento rigidi che sono più facili da gestire in quanto fanno riferimento a delle norme e a dei principi assoluti di “giusto” o “sbagliato”. Queste regole assolute di riferimento spesso vengono utilizzate (in modo più o meno consapevole) allo scopo di manipolarci. In tal modo, quando non ci adeguiamo a queste regole “imposte da un’autorità superiore”, ci sentiamo in colpa.

La persona assertiva valuta i propri comportamenti in funzione di ciò che sente dentro e non facendo riferimento a criteri esterni di “giusto”-“sbagliato”. Questo ragionamento, che a molti potrebbe sembrare egoistico, in realtà non lo è, in quanto la persona affermativa non agisce invadendo lo spazio altrui, ma riconoscendo a sé e agli altri gli stessi diritti.

Siete voi dunque che dovete scegliere se accettare o meno le idee, lo opinioni e le valutazioni degli altri e anche chiedere rispetto per le vostre. Solo in questo modo si potrà vivere una vita piena.

Rispettare e far rispettare i nostri diritti è la premessa fondamentale per il raggiungimento del benessere psicologico e ella libertà interiore. Alcuni ci riescono più facilmente di altri.

Chi non riesce può chiedere un aiuto. Il supporto di uno psicologo può essere prezioso nel sostenere l’individuo in un  percorso verso l’autonomia che includa la capacità di superare i limiti imposti dalle credenze altrui che sono state interiorizzate durante l’infanzia  e rafforzi la propria personalità e la fiducia in se stessi.

 

 

mercoledì, 09 maggio 2012

"Ricomincio da me". Dove e come trovare la forza di ricominciare

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

 

Dal film 'Il curioso caso di Benjamin Button", di David Fincher

 

"Quante volte mi sono ritrovata a pensare ‘Ricomincio da me!”. Nell’aria il profumo di una nuova partenza. Nella valigia tutta la forza che rimane e poi via, pronta per un nuovo viaggio. Paura e magia mi accompagnano fedeli ai blocchi di partenza. So che non posso tirarmi indietro, sento che la vita mi chiama ancora. Ho voglia di risponderle e decido di ripartire. Ci sono solo io, quella è la mia corsa. Non mi interessa dove mi condurrà, so solo che non voglio perderla" (Francesca Saccà)


 

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Quante volte nella vita ci siamo trovati a dover ricominciare, quante volte ci siamo detti ‘e adesso dove la trovo la forza di rialzarmi?’, quante volte abbiamo pensato di arrenderci. Quante volte abbiamo pensato ‘E’ troppo tardi per ricominciare’. Questo accade perché non siamo robot ma esseri umani, ed è normale che la vita ci travolga nel bene e nel male. Durante il percorso è naturale smarrire la strada e avere paura. Paura di vivere, di sbagliare, paura di perdere, paura di soffrire, paura di ricominciare.

Quando la vita rovescia la nostra barca alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Nell’antichità si utilizzava il verbo “resalio” per indicare il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni rovesciate, ecco perché oggi in psicologia con ‘resilienza’ s’intende la qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità.

La vita si sa è ricca di imprevisti, possiamo cadere quando meno ce lo aspettiamo ma allo stesso tempo possiamo rialzarci. La differenza sta proprio in questo: tutti cadiamo ma c’è chi rimane in terra continuando a lamentarsi che si è fatto male e a pensare perché la sorte lo ha fatto cadere e c’è chi si rialza, magari ammaccato, ma non getta la spugna.

E’ indiscutibile che ci vuole una grande forza nel prendere in mano le redini della propria vita e assumersi la responsabilità di correre dei rischi. 

La forza di ricominciare non ce la regala nessuno, la dobbiamo andare a prendere dall’interno. Chi aspetta che gliela regali qualcuno rischia di aspettare per tutta la vita. Di certo potremo incontrare delle belle anime che ci guidino nel percorso di risalita ma la forza partirà sempre e unicamente da noi.

Non è mai tardi per essere ciò che vuoi essere, l’importante è decidere di riprendere in mano le redini e ripartire. E crederci con forza, con coraggio. Si perché se vuoi ricominciare devi avere coraggio.

Quante volte abbiamo sentito la frase ”Ci vuole coraggio!” e abbiamo pensato al coraggio come a una caratteristica che o c’è o non c’è. La buona notizia è che possiamo anche imparare ad avere coraggio.

“A volte il coraggio è la voce calma, che alla fine della giornata dice: Proverò di nuovo domani" sostiene Mary Anne Radmacher. E’ proprio così, avere coraggio significa non mollare e riprovare anche se le cose sembra che non vadano per il loro verso. E dunque il coraggio di vivere parte e dipende da noi. Chi sceglie di vivere rimandando a domani o aspettando che siano le circostanze esterne a cambiare le cose faticherà molto nella propria autorealizzazione.

Autodisciplina  e autostima sono gli elementi fondamentali per rimettirci in moto e raggiungere i nostri obiettivi, piccoli o grandi che siano, senza arenarci nell’angolo.

Se vogliamo ricominciare dobbiamo “uscire dall’angolo”. E uscire dall’angolo vuol dire:

 - Imparare dagli errori che sono stati compiuti e modificare la rotta

- Imparare a difendersi da chi ci aggredisce ed esprimere i nostri desideri senza aver paura del giudizio altrui

- Essere flessibili e concedersi sempre un'altra possibilità

- Avere il coraggio di rischiare e mettersi in gioco

- Filtrare i pensieri negativi e disfunzionali che inquinano la mente e non ci rendono produttivi  sperimentando sempre nuove possibilità  e vie di "uscita"

- Chiedere aiuto a persone che ci vogliono bene ma anche e soprattutto (laddove ci rendiamo conto di non farcela da soli) a un esperto competente in materia che possa aiutarci a capire il perchè delle nostre difficoltà e suggerirci modalità più funzionali per superare le nostre problematiche

Sicuramente la strada  per la realizzazione non è facile e ci vuole una grande forza per percorrerla, ma non dimentichiamo mai che il nostro atteggiamento nei confronti della vita è determinante nella nostra riuscita.

E dunque perché non impegnarci a risalire? Perché rimanere aggrappati a pensieri e sentimenti che, come demoni, ci impediscono di ripulire la mente e andare avanti nel percorso? Se si vuole arrivare alla cima e godere dello spettacolo, è necessario stringere i denti e lasciare per strada il superfluo...

 

"Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c'è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero" (Benjamin Button)

 

Riferimenti bibliografici

"Perdersi per poi ritrovarsi", Francesca Saccà, Società Editrice Dante Alighieri, 2011

http://www.francescasacca.it/libri/perdersi-per-poi-ritrovarsi-un-libro-che-ti-aiuta-a-non-smarrire-la-strada/

 

venerdì, 27 aprile 2012

"Sono troppo sensibile!". Sensibilità, dono da usare e dosare

A cura della Dott.ssa Francesca Saccà, psicologa e psicoterapeuta a Roma

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Quante volte le persone sensibili si sentono diverse e vorrebbero cancellare dal loro dna questa caratteristica poiché la vivono come una condanna? Molti di voi si chiederanno se l’essere sensibili  sia giusto o sbagliato, se sia segno di debolezza o di forza, soprattutto nei nostri tempi moderni, dove l’attenzione per l’anima è passata in secondo piano.

Oggi tenteremo di rispondere proprio a questi quesiti.

La sensibilità è un dono, ma va saputo usare e dosare: nel tempo e con le esperienze di vita è fondamentale imparare a utilizzarne i toni accesi senza farsi sopraffare dall’onda emotiva che, quando s’innalza, rischia di travolgerci.

Facendo ricerche su Internet per approfondire questo tema sono rimasta sgomenta nel constatare come pochissime fonti, anche in ambito psicologico, trattino questo tema. Ed è già un segnale della poca attenzione che questo mondo rivolge a questo aspetto. Quasi facesse paura scendere più a fondo nelle radici dell’animo.

Ma per fortuna mi sono imbattuta in un bellissimo articolo di Francesco Lamendola dal titoloLa sensibilità è un dono raro fatto di intelligenza e di affettività matura“ (2010) on line all’indirizzo:

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=32542)

di cui vi consiglio la lettura integrale.

Che cosa è la sensibilità? Lamendola (2010) definisce la sensibilità come un dono raro fatto di intelligenza e di affettività matura. Sostiene: “Uno dei segni più impressionanti della marcia spietata della modernità attraverso i nostri cuori e le nostre menti, in nome di uno scientismo disumano e di un efficientismo fine a se stesso, è la progressiva scomparsa della sensibilità dal bagaglio spirituale delle persone. Intendiamoci: la sensibilità è un dono, un dono raro; le persone che la possiedono, sono portatrici di un bene prezioso che non si acquisisce con lo studio, anche se lo si può affinare con l’esperienza. Tuttavia, mentre essa veniva apprezzata o, almeno, trovava spazio per manifestarsi in una società ancora a misura d’uomo, come era quella pre-industriale (pur con tutti i suoi limiti innegabili), si direbbe che, oggi, essa sia diventata superflua e che nessuno, o molti pochi, si dolgano della sua progressiva scomparsa, come il mondo potesse benissimo farne a meno’. Le virtù dell’animo che oggi vengono maggiormente apprezzate e lodate sono l’intelligenza pratica (anche se disgiunta da una valutazione complessiva dei problemi), la determinazione nel perseguire i propri obiettivi (senza farsi troppi scrupoli), la sicurezza di sé (indipendentemente dall’esatta valutazione del proprio valore), la flessibilità mentale (spinta fino ad accettare i peggiori compromessi), la disinvoltura in qualsiasi circostanza (fino alle forme più discutibili di esibizionismo e narcisismo). La sensibilità è fra le doti non indispensabili. Che cosa se ne farebbe il cittadino del terzo millennio, tutto proteso a conquistarsi il proprio spazio sociale, a ritagliarsi la propria fettina di visibilità, di successo (anche economico), di gratificazione esteriore? In un mondo che si disinteressa di fini e di valori, ma che punta quasi esclusivamente alla soluzione di problemi pratici, a che cosa può servire la sensibilità, una dote non spendibile in termini quantitativi?” (Lamendola, 2010)

Per quanto concerne il quesito ‘sensibilità: dono o condanna?’ Lamendola evidenzia come: “La persona dotata di sensibilità possiede una ricchezza in più, che la mette in grado di cogliere aspetti del reale i quali sfuggono ad altri, alimentando così incessantemente la propria profonda umanità. Al tempo stesso, è indubbio che la persona sensibile soffre più delle altre, perché si trova esposta a quegli strali che individui dalla pelle più spessa non avvertono neppure e perché vede con maggiore chiarezza la grande distanza che separa il reale dall’ideale”.

Concordo con Lamendola nel definire la sensibilità come una ricchezza: solo la persona sensibile sa scendere nel profondo della sua essenza ed è recettiva a qualsiasi stimolo, sia esso positivo che negativo. Ha sempre gli occhi e le orecchie spalancate sulle emozioni. E’ quella persona che nel nostro mondo viene spesso additata come ‘strana’. Strana perchè sa ancora emozionarsi per un tramonto, perché quando ci parli non si limita alla superficie ma scende in profondità, perchè sa stupirsi.

Prosegue Lamendola nella sua bellissima descrizione: “Nulla di quanto accade alla persona sensibile si perde nei rigagnoli e nella palude stagnante del tirare a campare; su tutto ella medita con profonda serietà, cercando in ogni cosa il significato riposto, l’occasione di una evoluzione e di una elevazione. È ricettiva nel miglior senso dell’espressione: tutto il suo essere è spalancato sul mistero della vita. Ecco perché l’impressione di fragilità, che talvolta le persone sensibili possono dare ad uno sguardo un po’ superficiale, molte volte non corrisponde alla realtà dei fatti. È vero che, in certe situazioni, esse rimangono come disarmate, là dove altre persone non incontrano che lievi difficoltà o anche nessuna; ma è altrettanto vero che ciò vale specialmente per gli ostacoli di ordine inferiore, per quelli che coinvolgono l’essere solo superficialmente. In moltissimi casi nei quali la posta in gioco è molto più alta; casi nei quali, ad esempio, non si tratta di normali contrattempi della vita, ma di grossi ostacoli e di grosse prove, ebbene le persone sensibili sanno tirare fuori, al momento opportuno, una grinta e una determinazione invidiabili, che gli altri non si sognano nemmeno di possedere. La loro è una forza che emerge nelle situazioni più ardue, là dove è in gioco l’anima stessa di una creatura umana. Non bisogna fare l’errore di giudicare le cose guardandole solo da un punto di vista: per poterle valutare esattamente, bisogna guardarle sotto tutti i punti di vista; bisogna, per così dire, girar loro attorno, e considerarne anche i lati nascosti. La sensibilità, il più delle volte, si accompagna ad altre doti che offrono la possibilità di trarne il massimo vantaggio, in termini di consapevolezza e di pienezza esistenziale: sta al singolo individuo che l’ha ricevuta in dono, poi, di imparare a farne buon uso” (Lamendola, 2010).

Assolutamente vero. Nella mia esperienza personale e professionale ho compreso che la sensibilità è un dono che va saputo usare. E’ una dote che non tutti possiedono e che permette all’essere umano di scendere nelle profondità dell’anima e respirarla nella sua essenza più profonda. Non tutti possiedono questa capacità e chi ce l’ha la deve tenere stretta.

Di certo però, come ogni dote, non bisogna abusarne e soprattutto va ‘dosata’.  Dosare la propria sensibilità significa imparare a vivere le emozioni senza esserne sopraffatti.

Saper scendere nel profondo della nostra essenza indubbiamente ci arricchisce: nella vita intima e privata così come in quella sociale.

Spero che la riflessione di oggi abbia permesso a tutte le persone sensibili di smettere di ritenersi diverse bensì di iniziare a sentirsi speciali perché lo sono davvero.

E se vi capita di emozionarvi ancora di fronte a un tramonto o a piangere mentre un fiume di ricordi attraversa la vostra mente sappiate gioirne perché vuol dire che sapete ancora ascoltare la vita che fluisce, vi attraversa e vi trasforma. In quei momenti siete qualcosa in più…

 

Riferimenti bibliografici

"La sensibilità è un dono raro fatto di intelligenza e di affettività matura" Articolo a cura di di Francesco Lamendola - 24/05/2010

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=32542